Decreto Gelmini, diventa Legge dello Stato

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legge gelmini

Con i voti della maggioranza di Governo, la Camera ha approvato il Decreto Gelmini sul riordino del sistema scolastico, ed in particolare dell’università; il Decreto, sul quale nei mesi scorsi si è mobilitato il mondo universitario con proteste e cortei, è stato approvato con 281 voti favorevoli e 196 contrari. Hanno votato contro l’Italia dei Valori ed il Partito Democratico, mentre i rappresentanti dell’UDC si sono astenuti.

La nuova Legge dello Stato, fortemente voluta dal Ministro dell’Istruzione Gelmini, punta a premiare le università più virtuose in materia di gestione delle risorse, ma vuole anche contrastare le baronie dando più spazio ai giovani all’interno degli atenei garantendo la massima trasparenza nei concorsi; fino ad ora, infatti, le norme in vigore mantenevano alto il rischio di predeterminare il risultato dei concorsi.

Giro di vite, come accennato, sulle gestioni finanziarie allegre da parte delle università: gli atenei che spenderanno oltre il 90% dei fondi statali in stipendi si troveranno costretti a bloccare i bandi per i concorsi non solo per il personale amministrativo, ma anche per ricercatori e docenti.

Tutti gli studenti meritevoli ma privi di mezzi economici per potersi mantenere all’università potranno accedere alla borsa di studio; questo grazie a 135 milioni di euro di fondi aggiuntivi che sono stati stanziati al fine di garantire la borsa di studio e l’esonero dal pagamento delle tasse a tutti i 180 mila studenti che ad oggi, in base ai dati in possesso del Ministero, hanno i requisiti per chiederla ed ottenerla.

Fonte | Ministero Istruzione

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Sab 10/01/2009 da Filadelfo in ,

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Benjor 12 gennaio 2009 10:23

articolo 14 legge 133 del 2008

Comma 1. Per la realizzazione delle opere e delle attività connesse allo svolgimento del grande evento EXPO Milano 2015 in attuazione dell’adempimento degli obblighi internazionali assunti dal governo italiano nei confronti del Bureau International des Expositions (BIE) e’ autorizzata la spesa di 30 milioni di euro per l’anno 2009, 45 milioni di euro per l’anno 2010, 59 milioni di euro per l’anno 2011, 223 milioni di euro per l’anno 2012, 564 milioni di euro per l’anno 2013, 445 milioni di euro per l’anno 2014 e 120 milioni di euro per l’anno 2015.
Si stanziano 1500 milioni di euro per qualcosa CHE NON SERVE A NIENTE, si tagliano invece i fondi all’istruzione
Ora, poiché la scuola è uno dei servizi fondamentali che giustificano l’esistenza stessa dello Stato, insieme alla sanità, ai trasporti e alle comunicazioni, e i servizi per loro natura richiedono costi economici per poter offrire benefici sociali, è chiaro che mettere mano agli innegabili e gravissimi problemi che affliggono la scuola, badando soltanto e unicamente a risparmiare dal lato economico, significa fraintenderne le cause e rischiare di aggravarli invece di risolverli.

E invece è ormai evidente che la strategia del governo in questo campo si riduce a una e una sola azione: il taglio radicale dei finanziamenti alle scuole pubbliche di ogni ordine e grado, dalle elementari alle università, e il loro drastico ridimensionamento in termini di numero di classi, ore di lezione, indirizzi, sperimentazioni, piani di studio, insegnanti e personale non docente. Vanno in questa direzione, ad esempio, la reintroduzione del maestro unico (e trino, visto che il maestro generalista sarà affiancato dai due maestri di inglese e di religione), e il rapporto di uno a cinque fra le entrate e le uscite, cioè fra le assunzioni e i pensionamenti, dei docenti universitari.

Di fronte allo strangolamento economico della scuola e dell’università mi sono tornate in mente le parole che Piero Calamandrei pronunciò di fronte al Terzo Congresso dell’Adsn (Associazione a difesa della scuola nazionale) a Roma, l’11 febbraio 1950: data non casuale, essendo l’anniversario della firma dei Patti Lateranensi e dei benefici che lo Stato accordava, e continua ad accordare nonostante la congiuntura economica, alla Chiesa in generale e alle scuole cattoliche in particolare.

“Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli, ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza: in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora il partito dominante segue un’altra strada: comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, a impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuoleprivate. E allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare in queste scuole, perché in fondo sono migliori, si dice, di quelle di Stato. E magari si danno dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli, invece che alle scuole pubbliche, alle scuole private.
Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata.
Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in questo modo: rovinare le scuole di Stato, lasciare che vadano in malora, impoverire i loro bilanci, ignorare i loro bisogni, attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private, non controllarne la serietà, lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare, e dare alle scuole private denaro pubblico”.

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