Pressione fiscale, eliminare il commercialista per pagare meno tasse?

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Tra i numerosi costi accessori che i contribuenti si trovano pressochè obbligati a pagare, vi sono certamente quelli relativi alle parcelle dei commercialisti. L’eccessiva complicatezza del Fisco rende infatti necessaria la presenza di consulente che possa predisporre le comunicazioni e le dichiarazioni fiscali, e fornire un pronto supporto per tutte le occasioni. Eppure, i cambiamenti in programma potrebbero portare a un radicale mutamento dello scenario.

Ed è proprio la complessità del sistema fiscale italiano che apporta il necessario stanziamento di una quota di budget in capo al proprio commercialista. Un importo che dipende dalla natura dell’attività svolta dal contribuente e, pertanto, dal numero e dalle comunicazioni e dei pagamenti da effettuare, ma che raramente scende sotto i 1.000 euro l’anno, e più probabilmente si colloca tra i 2 – 3.000 euro.

Lo scenario è certamente migliore per i dipendenti: i lavoratori subordinati subiscono infatti la trattenuta alla fonte, e per loro le dichiarazioni al Fisco si concretizzano il più delle volte in quella dei redditi. D’altronde, lo Stato già ben sà che non è tra tale platea che deve cercare per scovare gli evasori fiscali.

Sono semmai le aziende e i liberi professionisti, e coloro che fanno un doppio lavoro in nero, a costituire la principale fascia di soggetti più propensi all’evasione, facilitati forse dal meccanismo italico della “dichiarazione volontaria”.

Proprio su tale dichiarazione, e sui rischi conseguenti, si è focalizzato un recente studio della Banca d’Italia. “Le dichiarazioni sottostimano quasi sempre il reddito effettivo del lavoratore. Questo perché, osservano gli studiosi, si lascia al lavoratore stesso la facoltà di dichiarare quanto guadagna. Se si istituisse un meccanismo diverso di dichiarazione, simile a quello dei lavoratori dipendenti, evadere sarebbe più difficile, perché è vero che è sempre possibile un accordo, ma indubbiamente quando c’è di mezzo una terza persona è complicato falsare regolarmente i dati. I controlli, poi, non sono sufficienti e sono anche piuttosto prevedibili. Se i meccanismi di controllo e l’allocazione delle risorse fossero flessibili, (…) l’impunità non sarebbe più garantita. E la preoccupazione di essere scoperti indurrebbe gli evasori a inviare all’Agenzia delle Entrate dichiarazioni se non altro più vicine alla realtà” – scrive ancora l’analisi.

Ma da dove prendere spunto? Il sistema britannico potrebbe essere l’ideale punto di riferimento, sottolinea giornalettismo.com. Un “sistema per molti versi analogo al nostro, da cui si può però prendere esempio. Dove non c’è il commercialista: ovvero, c’è, ma non ha il compito di prendere i dati di bilancio e – per conto del debitore e da esso pagato – compilare il modulo da presentare al creditore, su cui sono scritti redditi, tributi dovuti e crediti da esigere. Stupisce che nel paese dei conflitti di interessi nessuno abbia mai evidenziato con forza il conflitto di interessi almeno potenziale che si va a creare fra commercialista e suo cliente. I luoghi comuni sulla categoria sono tanti e non è nostra intenzione assecondarli: il problema è, come dicevamo, di sistema. E sta di fatto che l’ufficio Revenue & Customs, agenzia delle Entrate britanniche, funziona in maniera ben diversa. Per i lavoratori dipendenti, il sistema è intuitivamente analogo: tassati nel momento in cui si percepisce il salario, e fine della questione. Per i lavoratori autonomi, invece, il procedimento è un po’ diverso dal nostro”.

Per i lavoratori autonomi, infatti, c’è un modulo da compilare, direttamente online, con pochi passaggi sul sito dell’agenzia statale inglese. Un’operazione da mezzora, con rimborso in poche settimane, in caso di pagamento eccessivo.

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Mar 26/06/2012 da Roberto Rossi

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